Mi dispiacerebbe comunque, ma da bolognese purosangue nato in pieno centro cittadino, mi dispiace ancora di più. Però onestà vuole che, a differenza di tanti, io non chiuda occhi e cervello davanti alle stramberie di quella che è la mia città natale.
Non saprei dirne la ragione, ma l’Alma Mater Studiorum, vale a dire l’università di Bologna, la più antica del mondo, almeno nell’accezione che si dà al termine università in Occidente, ospita non poi così raramente, personaggi, i “lei non sa chi sono io!”, che spiccano per presunzione e, tutto sommato, per competenza insufficiente nella loro materia.
Da quell’accademia che non laureò Guglielmo Marconi passarono personaggi come Petrarca, Copernico, Tasso, Galvani, Carducci, Pascoli, e anche Dante ebbe relazioni strette con la città, una città di cui descrisse anche il dialetto. Avere illustri “compagni di scuola”, però, non comporta necessariamente l’averne assimilato lo spirito e la grandezza, un’accoppiata che non è “infettiva”.
Per quanto mi riguarda, io ho avuto a che fare con qualche personaggio attivo in campo sanitario, e di questi, almeno alcuni di loro, preferisco tacere.
Per stringere, ciò che mi urta è l’atteggiamento bolognese che chiamerei la “sindrome del primo della classe”.
Accade sempre più spesso che chi tiene le redini della città o, un po’ più in grande, della regione prenda decisioni, decisioni che poi diventano imposizioni, difficili da spiegare se il comune buon senso ne è la chiave.
Senza rifarmi ad una vecchia e arcinota frase del defunto Giulio Andreotti, mi è difficile spiegare e giustificare la decisione di premiare con offerte di denaro gli agricoltori che rinunciano a coltivare frutta e verdura. Sarà perché ho passato un quarto di secolo in campagna, ma non posso ignorare che, se ieri, l’altro ieri e, in fondo, da sempre, ho mangiato, lo devo proprio a questa categoria di lavoratori. Dopo aver superato felicemente la tappa che dà licenza a vermi ed insetti di trionfare sulle nostre tavole, siamo sulla strada del cibo sintetico? L’aver dedicato gran parte della mia fin troppo lunga vita allo studio e alla ricerca mi rende conscio del fatto che quella roba riempie la pancia senza nutrire e, come aggravante, non disponendo di ciò che la Natura ci mette a disposizione da che esiste il nostro mondo, ci rende dipendenti da chi quella roba la produce e, di fatto, la impone. “O mangiare quella minestra o…”
Passando ad un’altra stravaganza bolognese, ecco il limite di velocità per tutti i veicoli (la signora Vittoria Bussi pedala per oltre 50 km in un’ora) posto a 30 km/ora. Che ne sarebbe della signora Vittoria Bussi che pedala a 50 km/ora?
Oggi a Bologna siamo alla farsa, con file chilometriche di mezzi a motore che fanno una tartarughesca fisarmonica ad ogni semaforo e sfiatano tonnellate di gas incombusti beffandosi delle necessità dei polmoni. Arrivare al lavoro, portare i bambini all’asilo o a scuola, fare consegne commerciali, operare come taxista e, addirittura, pretendere di usare i mezzi pubblici di fatto paralizzati, sono tutte operazioni di difficilissima esecuzione, con la salute, prima ancora che l’economia e la normale gestione della vita famigliare. Chissà se qualcuno si domanda se i gestori della vita cittadina hanno mai lavorato nella loro vita o, magari, se l’hanno fatto, chissà se si ricordano come si fa?
Rigettando con sdegno l’ipotesi che i 30 km/ora costituiscano un mezzo per multare chi si sposta in città e fare cassa, non posso non interrogarmi sul perché di questa che mi pare una manifestazione d’interesse psichiatrico.
Che ne dicono i bolognesi? Dipende. Molti mugugnano, qualcuno (l’ho sentito ad una TV di regime) afferma di “fidarsi di chi ne sa di più.”
Il mio parere è che il tutto rientra nel piano globale di renderci tutti omologabili a bestiame da reddito, e Bologna si è accaparrata il ruolo di essere la prima della classe, esempio per tutto l’universo mondo.
La considerazione ovvia è che quei “politici” (virgolette d’obbligo) non li ha mandati la sorte, ma sono arrivati a seguito di un’elezione popolare. Se non sono graditi, si mette la crocetta della scheda altrove.
Certo è che, se non recupereremo le connessioni fra i neuroni, libertà e dignità saranno relegate a lemmi di vocabolario che, letteralmente “per non saper né leggere né scrivere”, saranno fatti scomparire come già è stato per quel libricino di garanzia che fu la Costituzione. Se il recupero non avvenisse, spiegarlo ai nostri figli

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